08 ottobre 2014

Ai lobu, Dada [ NYC #38 ]

 Dice che sono i "terrible two", quell'età in cui i bambini sono imprevedibili e quando tutto sembra andare per il verso giusto, all'improvviso, tutto cambia. Se ieri mangiava, oggi non mangia e domani, magari, si sbranerà anche il tuo braccio. Ieri si faceva un pennichella pomeridiana di tre ore, oggi dorme dieci minuti sul passeggino e domani, forse, chiederà alla mamma di leggergli sei libri per addormentarsi, prima che quei sei libri non lo colpiscano alla nuca per stordirlo. Tranquilli, siamo genitori pacifici. Se proprio c'è qualcuno che comanda, in casa, non siamo noi. "Terrible two? Goditi questo periodo, non sai quello che arriva dopo, con la scuola e tutto il resto". Mi faccio gli affari miei, non lo voglio sapere.
Ovviamente la Ragazza Dai Capelli Rossi, da buona madre, capisce quasi al volo quando lui vuole qualcosa. E non è solo una questione di lingua, ché comunque in una famiglia bilingue c'è per davvero. Avranno una frequenza particolare su un canale radio tutto loro, vai a sapere. Io, invece, ho bisogno che lui sbatta almeno dieci volte la sua macchinina sul pavimento per capire che sta cercando la mia attenzione. Io sono maschio, io capisco solo a martellate. Se tu che leggi pensi di essere un padre di quelli fighi, tutto paziente con i tuoi figli, capace di capirli appena emettono un sospiro, sei pregato di lasciare questa pagina (e te lo dico educatamente: smamma. S-mamma). Se, invece, sei un padre normale, magari pure con un po' di pancia, allora all'undicesima volta in cui la macchinina rimbomba sul pavimento cogli il segnale: vuole che giochiamo insieme. Arrivo, eccomi. E lui ora è felice. Di quella felicità che prova sempre a comunicarmi saltando con le sue ginocchia sul mio petto, e io non so chi gli abbia messo in testa quest'idea che a me possa piacere. "Ai lobu, Dada". Ci credo! Hai ottenuto quello che volevi...
Prima del riposo post-prandiale, che qui chiamiamo "nap-time", e dopo aver si e no sfiorato la pasta, c'è ancora una richiesta. "Yeah! Yeah!". Oggi è felice assai. Non solo perché prima di pranzo abbiamo giocato un po' insieme. Pare che stamattina abbia visto Lilly, una bimba che ha già visto un'altra volta ai giardini e sembra gli piaccia. Io non l'ho ancora vista. So solo che la sua mamma è musulmana. E, scherzando, gli dico che già so dovrò discutere con il padre, per la mano e tutto il resto. Non sarà facile, ma farò anche questo. Per ora, tanto è felice, vuole solo ascoltare i Beatles. "Yeah! Yeah!" significa che vuole sentire "She Loves You".
C'è il sole e io ho un po' di idee a spasso per la testa. Devo assolutamente camminare. Pare che ora sia provato scientificamente: per essere più produttivi occorre, dopo qualche ora di lavoro, lasciare tutto lì e andare a passeggiare. Non ricordo la fonte, ma l'ho letto giusto qualche giorno fa. Non ricordo se l'articolo dicesse anche di portarsi dietro il portatile, per poi ricominciare a lavorare una volta in giro.
Ho bisogno di sentire l'aria, di un contatto con la natura. Camminare in un parco inizia a non  bastarmi più. Mi sto abituando all'odore del mare, anche solo di quello che qui a Bay Ridge entra nella parte alta della baia di New York e si confonde con l'acqua dei fiumi. Il colore non lascia nemmeno immaginare il fondo e l'odore, a volte, è un eufemismo per puzza. Quando vivevo a Torino, e volevo l'odore del mare, era normale mettermi in macchina e scendere a Piombino da Gabriele. Adesso siamo diventati grandi, abbiamo messo su famiglia e la testa posto. È più che sufficiente scambiarsi sms come due adolescenti per mezz'ora, senza grossi problemi di fuso orario.
Mi fermo su una panchina davanti all'immenso ponte di Verrazano e mi metto a scrivere queste poche righe, perché non voglio dimenticare questa giornata. Ripenso al mio piccoletto e alla Ragazza Dai Capelli Rossi. "Ai lobu, Dada".
I love you too, figliolo. La tua mamma ha fatto un gran bel lavoro con te.

29 agosto 2014

No Sleep Till Brooklyn [ NYC #37 ]

"Certo, però, che un piccolo diario di questi giorni avresti potuto scriverlo". Non scherza. Lo so che Fratello di Vespa non sta affatto scherzando. Guardo in basso dalla vetrata che affaccia dritta su Union Square. Se ci fosse qui anche il mio piccoletto gli direi di alzare lo sguardo e guardare lassù, la punta dell'Empire State Building. Stasera è illuminata di bianco e lui, qualche volta, sbaglia nome e la chiama Mole. No, piccoletto mio, non è la Mole Antonelliana, quella sta dove sei nato. E, per fortuna tua, adesso sarai a casa a dormire. Almeno tu... Noi, invece, siamo ancora in giro ad un'ora in cui i ragazzini dovrebbero essere a dormire e i grandi, a loro discrezione, potrebbero sprofondare nel letto o addormentarsi sul divano davanti alla tv o aspettare che dalla doccia si materializzi una ragione che sussurri un argomento convincente per rianimarsi. I due figlioli di Fratello di Vespa non sembrano aver gradito particolarmente la cena. Il più grande, da buon figlio di un napoletano di nascita, proprio non riesce a trovare uno stimolo che sia uno per mangiare la pizza che ha davanti al naso. Da giorni va ripetendo che New York non è proprio nota per la pizza. Che dovrei dirgli, io? Che alcuni milioni di newyorchesi, almeno quelli doc da generazioni e non i trapiantati dall'Ohio, considerano la pizza una cosa loro, che ha trovato quaggiù la sua massima espressione anche se a Napoli si sono inventati la Margherita? E che questo capita perché questa città è da più di cent'anni un tritacarne d'immigrati planetari, italiani compresi? Fugghedaboutit. Con i suoi dieci anni non potrebbe che mandarmi a cagare, anche se il suo babbo fa di tutto perché lui non impari a dire le parolacce. Il fratello più piccolo, che adesso di anni ne ha sette, non l'ha mangiata con migliore entusiasmo. Ma la fame e il piacere di contraddire il fratello maggiore hanno vinto le argomentazioni sulla qualità del formaggio.
No, un diario di queste giornate non avrei potuto scriverlo. A meno di non aver trovato nella cocaina un nuovo, e noto solo di fama, compagno d'avventure. In questi giorni ho guadagnato ancora un bel po' d'autostima per la mia confidenza con la città, ma in cambio ho perso la cognizione tradizionale del tempo. Le mie ore sono scandite dal mio nome. "Denis, che cos'è quello? Denis, quando andiamo a mangiare i burrito? Denis, quante fermate mancano? Denis, ma perché sei venuto a vivere qui? Denis, quando ci porti all'Apple Store? Denis, ma tu quali sport segui?". Un calcolo approssimativo ma ragionevole mi dice che quando il mio nome è stato pronunciato ottanta volte significa che è passata un'ora o giù di li. "Denis, ti posso fare due domande?". A me piacerebbe proprio tanto dire no, ma contemporaneamente un altro "Denis" è stato già sparato  e mi ha fottuto. "Denis, quando possiamo riascoltare la canzone di sleep Brooklyn?".
Sarebbe stato anche bello scrivere un diario. Penso al mio piccoletto che, giocando a palla con i figlioli del mio amico, adesso fa le prove di bilinguismo e inizia a ripetere "passa ball". Penso al più grande dei due ragazzini che vuole fare il vero newyorchese e, quando siamo in giro sulle strisce pedonali, mi strattona la mano per attraversare con il rosso mentre urla "Nu Yawk" con un accento da vero newyorchese che manco a Bensonhurst. Penso che suo fratello più piccolo, nonostante i cazziatoni che gli sto facendo quando parte in quarta noncurante di tutto quello che lo circonda come ogni gagno della sua età, un giorno non mi rinnegherà due volte. La prima perché al campo da basket più famoso della città (e quindi de lo Mondo Intero), la "gabbia" di West 4th Street nel Greenwich Village, sono riuscito ad interrompere un "uno contro uno" e a convincere i due giocatori a passargli la palla per fargli segnare un canestro memorabile. La seconda perché, mentre ascoltava estasiato due rapper esibirsi nella stazione della metro di Union Square e noi tutti perdevamo il treno, sono riuscito a convincere uno sconosciuto, spettatore pure lui, ad unirsi a me e ad incitarlo a ballare, cosa che poi il ragazzino ha finalmente fatto e abbiamo immortalato per sempre in un video (proprio per lui, che ama ballare il rap roteando sul pavimento di casa). Penso anche all'aperitivo che io e i due ragazzini, aspettando il rientro del padre da una corsetta serale, ci siamo regalati sulle panchine di Williamsburg davanti all'East River e alla città illuminata. Aperitivo a base di lamponi rossi, acqua, pita chips e pure qualche confidenza triste, come si conviene agli uomini di tutte le età.
Penso che nel diario ci sarebbe stato spazio per l'homeless (finto?) che davanti alle Nazioni Unite tira fuori dal suo giubbotto un iPhone e fotografa un gruppo di Ucraini lì a manifestare contro le bugie di Putin e dei media russi. O per il minuscolo tavolo al tranquillo ristorante tibetano di Jackson Heights, dove siamo riusciti a sederci in sei facendo un casino infernale e divorando dumpling e peperocino. O per il tizio che, in una tranquilla domenica e di nuovo a Williamsburg, ha provato a minacciarmi se non avessi tenuto a bada il mio piccoletto e il minore dei due fratelli, intenti a correre sul marciapiede, cosa che probabilmente lo mandava fuori di testa ancora di più di quanto già non lo fosse, il coglionazzo. Se solo al termine delle maratone giornaliere io riuscissi a conservare un minimo di energia, da qui a mercoledì prossimo, giorno in cui i nostri tre amici rientreranno a Torino, il diario potrebbe di sicuro trovare altro materiale. Ma sono così stanco che fatico pure ad andare a dormire. 
Mi sa che dovremo confidare tutti quanti nella memoria. 

09 agosto 2014

Direzione Washington D.C. [ NYC #36 ]

Ho provato a fare meno rumore possibile e a darle un bacio quando ancora era a letto. Ma la Ragazza Dai Capelli Rossi ha voluto comunque salutarmi sulla porta di casa prima che partissi.
Alle 6 del mattino davanti alla stazione della metropolitana c'è già una montagna di carta, bottiglie di plastica e rifiuti vari. Non perché la Chinatown di Brooklyn sia già iperattiva alle 6 del sabato mattina. No, semplicemente perché nessuno è passato a raccogliere la spazzatura ed assai difficile che lo farà durante il resto della giornata. Se pensi di vedere questa scena solo quando sei lontano dalla New York immaginaria che ogni film o video musicale ti propina, sei fuori strada. Attorno a Herald Square, quaranta minuti più tardi, il panorama igienico non è poi così diverso. Solo che il turista punta beato sempre il naso all'insù, anche a quest'ora, perché a ragione vuole godersi tutte le punte dei grattacieli. Se abbassasse un po' la testa potrebbe contare gli scarafaggi sui marciapiedi prima che la folla li nasconda. Get outta the way.
Il turista a New York può essere mattiniero, perché non vuole perdere un solo minuto della sua esperienza in città. Oppure può essere semplicemente un turista europeo appena arrivato, il cui jet-lag lo costringe a mettersi in marcia già all'alba perché il suo fisico pensa che qui sia mezzogiorno. Io faccio parte della terza categoria. Oggi sono costretto ad essere mattiniero e non soffro alcun fuso orario. Ho solo un autobus che parte alle 7.30 da Midtown e non posso perderlo. Prima che Antonio si trasferisca per sempre da Torino a Berlino (perché io scommetto che sarà così), vado a trovarlo a Washington D.C., dove sta per finire il suo lavoro di tre mesi alla biblioteca shakespeariana. La levata antelucana oggi non mi pesa.

05 agosto 2014

Spada Il Pesce [ NYC #35 ]

Sfido chiunque altro a fare delle bolle gigantesche di sapone come quelle che fa la mia Ragazza Dai Capelli Rossi. "Noooo!!! Guarda che roba!!". Strabuzzo gli occhi e non riesco a trattenere il mio stupore! Nemmeno ora che scrivo e ci ripenso! Anche il Piccoletto esprime la sua meraviglia quando vede le bolle che mamma riesce a fare. Ma lui con quelle urla acute di gioia che avranno sicuramente svegliato il figlio dei vicini, di un anno più grande, mentre noi abbiamo preso questa insana piega estiva per cui prima delle dieci non se ne parla di metterlo a letto, anche perché prima siamo sicuramente da qualche parte in metropolitana o a mangiare za'atar libanese guardando il tramonto sulla baia. Questa sera siamo a casa e abbiamo finito cena da poco. E siamo tutti belli contenti.
Fare le bolle di sapone è un'arte. A quanto pare io non la conosco manco di striscio. Le mie bolle fanno schifo, sono piccole quando va bene e sembrano dei dodecaedri quando non so nemmeno io come sia stato possibile farle venir fuori in quel modo. "Dipende da come soffi", mi dice la Ragazza Dai Capelli Rossi. Figurati se il problema non era di nuovo quello. Ieri pomeriggio avevo provato a suonare il suo flauto. Suonare è un termine forte, ok. Diciamo che avevo almeno provato a soffiarci dentro. Il piccoletto lo aveva indicato lassù, sulla libreria. Credo lo abbia anche nominato ma io ci ho messo un po' a capire. Nonostante dica ancora poche parole, la sua pronuncia inglese è comunque migliore della mia, poche palle. Quando indico il suo piedino io dico "to", mentre lui mi fissa e riesce tranquillamente a dire "toe". A mia parziale giustificazione vorrei portare, se posso, la mia non più giovane età per imparar le lingue e il fatto che la pronuncia newyorchese, quel miscuglio creato dagli immigrati irlandesi, dagli ebrei scappati dall'Est Europa e dagli italiani scappati dalla loro miseria, è anni luce lontana da quella roba che ci insegnava alle medie l'insegnante d'inglese di cui sbirciavamo le gambe sotto la cattedra. Fugghedaboutit.

08 luglio 2014

Scrivania con vista grattacieli [ NYC #34 ]

Alzo lo sguardo. Il termometro dice che ci sono 98º F alle 3:33. Continuo a camminare. Finora, lungo la mia strada ho già contato: una pizzeria "Benevento", un negozio di video porno che garantisce di avere i prezzi più bassi della città, un'officina dove comprare vecchie macchine delle polizia, un negozio per noleggiare piattaforme autosollevanti e tutto quello che può servire in edilizia, una palestra dove i battitori di baseball si allenano dentro gabbie, un magazzino dove comprare polli ancora vivi, anche loro in gabbia, e il cui puzzo riesce pure a coprire i gas di scarico che cadono sulla lunga Avenue dall'altrettanto lunga autostrada che la sovrasta e la insegue per alcune miglia. Dopo un'altra ora a passo deciso, arrivo finalmente a destinazione. Scelgo il mio tavolo e mi siedo dove l'ombrellone crea un piccolo spicchio d'ombra pur lasciando filtrare il sole. Con il brusio vale lo stesso un minuto di silenzio alla memoria? A metà pomeriggio la "expressway" che sta alle mie spalle è express solo di nome. Soprattutto in direzione Queens, il traffico sull'autostrada che separa il quartiere benestante di Brooklyn Heights dalla baia è decisamente lento. Sarà forse perché alle macchine sono abituato da sempre, ma non ne sento il rumore, e non solo perché queste si muovono a malapena in un mezzo ingorgo. Da qualche mese, soprattutto quando vengo qui, sto anche abituandomi ad un nuovo tipo di rumore, che ormai considero quasi bianco, un rumore nuovo almeno per me: quello degli elicotteri.

25 giugno 2014

Un marchio di nome Brooklyn [ NYC #33 ]

Prima di iniziare, mi levo subito il dente: l'Italia è fuori dai Mondiali in Brasile. Battuti pure dall'Uruguay. Dice che adesso sarà tempo di ricostruzione. Mah, ci credo poco. La Grande Trasformazione non era iniziata già quattro anni fa, dopo essere andati fuori al primo turno in Sudafrica? Questo sarebbe il risultato finale di quattro anni di esperimenti? Boh, sarò io che non capisco. Ora posso cambiare discorso. In questo momento non capisco nemmeno se il vento stia soffiando da est. Lo sento alle mie spalle ma sento anche la polvere che entra dritta nei miei occhi nonostante gli occhiali da sole. Potrebbe essere la polvere che si solleva dal cementificio oppure quella che arriva dalla fabbrica che stanno smantellando qua davanti. C'è una montagna di rifiuti metallici che, giorno dopo giorno, è diventata alta come la stessa fabbrica che è destinata a scomparire. Poco più in là sta scomparendo, una grande lettera alla volta, anche quello che da più di cinquant'anni era considerato uno dei simboli di Brooklyn: l'insegna della ormai defunta "Kentile Floors", che con il suo amianto avrà lasciato defunti pure lei. Per le migliaia di pendolari giornalieri delle linee F e G della metropolitana, che qui corre su un interminabile viadotto largo quanto un ponte, sarà un mezzo shock non vedere più le singole lettere rosse tenute in piedi dall'enorme impalcatura metallica. Qualcuno ha anche creato un comitato per chiedere che l'insegna non venga smantellata, perché rappresenta la vecchia identità industriale di Gowanus, quartiere noto per ospitare uno dei canali più inquinati di tutti gli Stati Uniti. Non solo l'insegna non svetterà più qui, ma il quartiere è in piena trasformazione. Una delle dimostrazioni di questo cambiamento dal corso all'apparenza inarrestabile, è il terrazzo da cui osservo tutta la scena.

06 maggio 2014

La Verità senza palla [ NYC #32 ]

La verità è che quando hai superato di dieci anni il mezzo del cammin della tua vita, dovrebbe essere scontato avere un po' di ritegno. Se poi sei alla festa per il secondo compleanno di una bimba simpatica che divide alcuni pomeriggi con il tuo piccoletto, il tuo contegno dovrebbe essere quello tipico del buon padre di famiglia, premuroso verso tutti pargoli presenti, pronto a correre dietro ogni loro richiesta, attento a non versare liquidi sul pavimento e nemmeno troppo attirato dal buffet, anche se ci sarebbero quelle alette di pollo piccanti, ché difficilmente la festeggiata e i suoi amichetti mangeranno. E invece? La Verità è una stoppata semplicemente stellare all'ultimo secondo utile.
"Ma vieni!!! Go!!!". Non bastasse l'imbarazzante esclamazione, scatto dalla sedia come un grillo, manco avessi avuto una molla sotto il sedere, braccio alzato e pugno chiuso degno di migliori cause. Mi fissano tutti, immagino che lo stia facendo, dalla sua sedia a rotelle, anche la bisnonna materna della piccola festeggiata, che però io non riesco a vedere. Qualcuno, forse, avrà pure pensato che sono un intruso alla festa, dove i parenti della mamma di questa incantevole bimba parlano cinese e quelli del papà spagnolo, per cui con il mio inglese italianizzato, e al fianco di una ragazza dai capelli rossi, ero passato inosservato sino a quel momento. "Yeah, I'm really sorry! You know... I mean... Italians are passionate...". Mi ricompongo e cerco di darmi un tono più decoroso. Ora posso lasciar perdere il televisore, che mi ha reso strabico nell'ultima mezz'ora, e dedicarmi esclusivamente ai bimbi. Adesso sono pronto a riprendere la nostra palla e a farla girare a terra, per l'ennesima volta, come fosse una trottola. E la festeggiata ride di nuovo, sempre nello stesso identico modo, come aveva già fatto nelle altre venticinque volte in cui avevo esibito questa abilità, che un giorno, di sicuro, mi renderà un Dio invincibile tra i bambini del Mondo. 
Ma la Verità è che qui, in questo reale piccolo pezzo di Mondo che è Brooklyn, l'unico Dio con la palla, e pure senza, è Paul Pierce.

17 aprile 2014

Brownie Eyes [ NYC #31 ]

Essere un veterano di guerra può avere ben poco di epico. Quand'anche avessi la fortuna di tornare vivo, o solo con qualche arto in meno, potresti però ritrovarti senza casa e lavoro. Come il veterano dell'Afghanistan che chiede l'elemosina sulla Quinta Avenue a Sunset Park. Davanti alla Chiesa di "Nostra Signora Dell'Aiuto Perpetuo" c'è un banchetto con tre madamine che vendono biglietti per un concerto di beneficenza. Non si vedono benefattori all'orizzonte ma si sente forte e chiara la musica che arriva dallo stereo portatile di un vecchio appoggiato al muro a due metri dal banchetto. Immobile come una statua, la barba resa ancora più bianca dalla sua pelle scura. La musica funky che esce dal suo piccolo stereo è quasi un'eresia, da queste parti: per venti isolati buoni questa è una roccaforte sudamericana, dove le macchine ferme al semaforo pompano salsa a tutto volume. A volte, poi, basta dare un'occhiata ad alcune auto e a chi ci sta dentro per capire perché la polizia abbia messo le telecamere di sicurezza sui lampioni di qualche incrocio, che sono efficaci quanto la citronella con le zanzare.
Qui a Brooklyn, l'angolo tra la Quinta Avenue e la 57esima Strada ha ben poco del glamour che contraddistingue invece il suo omonimo di Manhattan.

11 aprile 2014

Tutta mia la città [ NYC #30 ]

Quando mi lascio l'aeroporto alle spalle, so già che quello che mi aspetta sulle tre corsie della Belt Parkway sarà nient'altro che traffico. È tardo pomeriggio e, a dire il vero, avrei pure  scavallato il picco dell'ora di punta di quel soffio sufficiente per non rimanere imbottigliato. Ma l'oscurità accelerata dalla pioggia battente, e l'acqua sull'asfalto che è precario di suo anche in una giornata torrida, rallentano la marcia dei pendolari in direzione Staten Island. La consolazione inestimabile è che almeno non siamo fermi, ci muoviamo comunque tutti quanti, ad andatura regolare, perfetta per tirare il fiato e arrotolare il nastro degli ultimi dieci giorni. Sono stati quasi senza pausa, e lasceranno pure un po' di malinconia, so già anche questo. Come sapevo che venendo a vivere quaggiù, la famiglia e gli amici lasciati in Italia ci sarebbero mancati maledettamente e quella mancanza l'avremmo sentita ancor di più quando qualcuno di loro fosse venuto a trovarci. Così è stato. Quando vedo la sagoma sfocata del Ponte di Verrazano mi si chiude lo stomaco, sono quasi a casa.

27 marzo 2014

Impensabile [ NYC #29 ]

Con il burro d'arachidi avevo già fatto i conti quando ancora vivevamo a Torino. Ovvio che una moglie americana, e per giunta in gravidanza, avrebbe prima o poi manifestato il desiderio di mangiarlo e noi avevamo pure trovato un ottimo prodotto tedesco acquistabile in una di quelle enormi botteghe mascherate da supermercato nelle quali anche la tua carta di credito deve essere iper e biologica. Insomma, il burro d'arachidi ho iniziato ad apprezzarlo in tempi non sospetti. Ma che ora io usi il mio indice destro per pulire un vasetto di yogurt, ecco, questo si che dovrebbe mettermi in allarme. Invece niente. Potrei dire che a mia parziale discolpa c'è che questo yogurt è fatto con una ricetta persiana, è ancora più denso di quello greco ed è impossibile non apprezzare una crema di formaggio con menta, uvetta e noci. Con il latte che arriva dalla valle dell'Hudson lo producono un papà e sua figlia qui a Brooklyn, seguendo i dettami lasciati dalla nonna e dalla bisnonna. Te lo consegnano direttamente a casa e noi ce lo facciamo portare insieme ad altre cose buone, tipo carne o formaggi, tutte provenienti da piccoli produttori locali. Nonostante "local" qui si traduca in tutto quello che viene sfornato e fa tendenza a Brooklyn (che ancora per un po' rimarrà il posto più fico della Terra, perché così hanno detto e punto e basta), in realtà le cozze arrivano dal Maine e un'ottima toma dal Vermont (si fa compagnia in frigo con una piccola fetta di Raschera).
Avendo sempre presente, davvero come una stella polare, le parole dell'amico napoletano "Guru", che mangiando la pizza a Roma diceva: "buona, mi piace anche, basta non chiamarla pizza", e che una sera di anni fa mi mandò un messaggio per dirmi che in televisione aveva appena riconosciuto, davanti al forno di una nota pizzeria di Torino, un pizzaiolo in trasferta da Napoli; adesso mi sorprendo a mangiare e ad apprezzare, lontano dal mio usuale fondamentalismo culinario, una "sicilian pie" con tanto di pomodoro condito con il pepe e messo sopra  uno strato di formaggio. Il concetto dovrebbe essere quello dello sfincione e poco importa se siamo un po' distanti da quello tradizionale. "L&B Spumoni Gardens" è dal 1939 che sta a Brooklyn e vale assolutamente il viaggio in questa vecchia enclave italiana che era Gravesend.
La nuova moka da 9 tazze, diconsi nove, è al secondo giro di caffè da scartare prima d'essere messa seriamente alla prova. La vecchia moka è stata pensionata ormai da almeno due mesi e non era stata ancora sostituita. Per una famiglia italiana-e-americana questo dovrebbe essere un mezzo affronto, una macchia da lavare con l'espresso. Ma io, a dire il vero, inizio ad amare sempre di più il caffè americano, dal marchio popolare newyorchese che acquisto in gigantesche lattine (non so come si chiami l'ossimoro involontario) ai chicchi tostati nel nostro locale preferito, tra le vecchie strade dei magazzini di Red Hook.
Addio, vecchio fondamentalismo alimentare, adesso sono vecchio pure io. E tu non eri solo anacronistico. No, eri proprio inutile.